Gjirokastra

Argyro, una bellissima principessa (come accade in tutte le favole che si rispettano) preferì morire piuttosto che finire in un harem turco, è così, durante una delle incursioni, si gettò dalla torre più alta del proprio castello, cadendo in mare.

Per commemorare il gesto nobile e coraggioso, gli albanesi dettero il suo nome ad una delle loro città. Eccola dunque Gjirokastra, la “Fortezza Argentata” (questa la traduzione italiana del toponimo) che, costruita su una collinetta di circa 300 metri, domina la vallata sottostante, racchiusa tra i monti Mah i Gjerë e il fiume Drinos .

Il sito è antichissimo, le prime tracce certe si fanno risalire al I sec.
Grazie alla posizione geografica divenne un importante centro commerciale che rimase fiorente fino al XIII secolo, quando, in seguito alla conquista turca del 1417, cominciò a subire un inarrestabile declino.
Una delle figure più eminenti dell’impero ottomano, Ali Pashe Tepelena, se ne impossessò trasformandola nel proprio feudo personale e riportandola agli antichi splendori.

Divenne città-museo quando s’insediò il governo comunista nel 1944, in quanto città natale dell’allora capo dell’ esecutivo, poi dittatore, Enver Hoxha.
Questo particolare status  salvaguardò l’abitato antico dallo scempio edilizio del socialismo reale, ma non dal tempo: fino a qualche anno fa molte delle abitazioni ottocentesche, che sono il suo vanto, erano in uno stato di abbandono e di rovina e solo nell’ultimo periodo sono iniziati i lavori di restauro e conservazione.

Le sette torri della fortezza dominano il paesaggio, dandogli un aspetto cupo e misterioso.
Situata su un pendio sull’argine sinistro del fiume, venne costruita tra il 1811 e il 1812, insieme ad un acquedotto, smantellato qualche anno più tardi, ed adibita a prigione.

Mantenne tale ruolo anche durante il periodo monarchico, la guerra e il dopoguerra.
Dal 1971 ospita il Museo Nazionale delle Armi (non aspettatevi di trovare né una guida né indicazioni di alcun tipo): nelle sale sono disposti in maniera casuale fucili, mitragliatori e cannoni.

Tra di essi spicca un jet militare statunitense, un Lockeed T33, catturato nel dicembre del 1957.
La propaganda di allora lo presentò come un aereo spia americano abbattuto mentre sorvolava il territorio nazionale in cerca di informazioni, in realtà si trattava di un jet NATO in volo di esercitazione, costretto ad atterrare in Albania per un guasto, e  non più riconsegnato.

Ogni quattro anni la fortezza ospita il festival nazionale della musica folk e ognuno dei ventisei distretti che compongono il Paese manda una propria rappresentanza.
Scendendo la collina s’incontrano le ville ottocentesche, dai tetti d’ardesia, per cui la città è famosa.
Tutte costruite tra il 1800 e il 1830, mostrano le peculiarità dell’architettura tradizionale albanese: edificate a più piani, solitamente tre, quello inferiore adibito a deposito e privo di finestre, quelli superiori usati come abitazioni, ma senza balconi, per difendersi dalle continue scorrerie.

Alcune di esse sono dei veri gioielli, con stanze riccamente decorate, secondo l’uso turco, in particolar modo quelle destinate agli ospiti e  pavimenti a mosaico dai disegni raffinati e curiosi.

Come già osservato, la loro manutenzione è assai costosa, e non sono poche quelle ormai in rovina e sull’orlo di un crollo.
Se siete appassionati di costumi e tradizioni, la città ospita un Museo Etnografico, la cui sede, durante il mio viaggio, era in fase di spostamento in una villa poco distante e che riproduce perfettamente un’abitazione contadina tradizionale albanese, con utensili e abbigliamento d’epoca.
Purtroppo i pochi pannelli esplicativi non sono tradotti.

È interessante anche il Bazar del XVI I secolo che aveva avuto il merito di dare fama ed importanza alla città.
Noi possiamo visitare solo quello ricostruito nel XIX secolo, a causa di un incendio devastante che aveva distrutto completamente la costruzione originale.

Gjirokastra non è solo storia e musei: i dintorni sono interessanti e offrono scenari assolutamente incontaminati e selvaggi.
Salite lungo il versante della valle di Vjosa, in direzione di Permeti, una cittadina poco distante,e rimarrete senza fiato: la strada, piena di buche e in pessimo stato, s’inerpica attraverso una natura affascinante quanto inospitale, non a caso questa zona viene definita “Tibet dell’Albania”.

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