Breve racconto di un viaggio in Albania

Lo scheletro di un palazzo incompiuto copre la vista, polvere, clacson, Mercedes malconce di ogni annata e tipo. Questa è la prima immagine che conservo dell’Albania appena varcato il controllo passaporti al porto di Durazzo. In realtà il paese delle aquile lo si comincia ad assaporare ben prima. Da suolo italiano, al porto di Bari per l’ esattezza.

Lo si respira dalle tante facce che attendono il traghetto giovani, famiglie intere o singoli passeggeri dalle pesanti valigie. Anche l’ espressione interrogativa della cassiera quando acquistiamo i biglietti per attraversare l’ Adriatico ce lo ricorda. Il piano superiore del terminal è vuoto in confronto. Lì attendono i vacanzieri che aspettano di imbarcarsi per Dubrovnik. Sempre persone in ferie ma le facce non sono quelle di chi torna a casa. Neanche noi torniamo a casa. Ma alla fine in qualche modo è come se l’ avessimo fatto; dopo aver piacevolmente scoperto una terra e un popolo che nella storia ha spesso intrecciato legami col nostro paese; relazioni queste, che affondano le proprie radici dall’ antica Roma fino a tempi meno remoti. In fin dei conti, una terra le cui sponde son visibili dalle coste pugliesi nelle giornate più terse, non poteva essere qualcosa di totalmente estraneo. Ci imbarchiamo. Il traghetto parte con qualche ora di ritardo (aspetta di esser bello stipato di auto pullman e camion) siam pochi a non essere Albanesi.

 

La lingua in certe situazioni aiuta e tutti (o quasi) su quel traghetto conoscevano la nostra. Un kosovaro reggiano ci catechizza sulla sua, tra Kanun e racconti di soldati americani che se la spassano. Lui tornava alla sua valle e chissà magari quest’ anno gli avrebbero fornito un nuovo passaporto al posto di quello delle Nazioni Unite. L’ Adriatico da attraversare per il largo è ridotto, la notte passa rapida anche se insonne e ben presto siam costretti ad affrontare la massa ondeggiante per il controllo doganale. Anche qui siamo tra i pochi forestieri, forse gli unici a parte un gruppetto di scout e suore. Sicuramente siamo i più curiosi. La “coda” pian piano defluisce e anche noi lentamente ci avviciniamo ai poliziotti col timbro. I nostri “colleghi di fila” sembrano incuriositi dai nostri passaporti. Un signore dai capelli grigi e le due figlie adolescenti al seguito ci domanda interessato:

 

-Siete italiani, ma cosa ci fate qui in Albania?

 

-Siamo in vacanza

 

Lui lapidario: -Siete pazzi!– forse riferendosi alla fila anche se probabilmente era quello che pensava veramente di noi. Poi si corregge con un: –

 

………..no ma alla fine è tranquillo qua-

 

-No! Non dire che è tranquillo– interviene un altro “collega di fila”.

 

Il tutto si conclude con una bella risata e con l’ entrata timbrata in Albania.

 


L’ impatto ad esser sinceri è forte; ci si accorge subito di essere entrati in un paese in profonda trasformazione. Il trambusto è continuo e tutto sembra arrangiato. Dalla dogana al pullman che ci porta a Tirana fino alle tabaccherie ambulanti di dodici anni strafornite di sigarette e gomme da masticare. Ciò che colpisce e che disorienta a prima vista, sono le sembianze di cantiere continuo che pervadono ogni cosa, dalla città alle campagne circostanti. Solo le montagne in lontananza sembran rimanere inviolate. Il pullman ci lascia a Tirana dove Alfred ci aiuta nella ricerca del’ ostello (l’ unico dell’ Albania). Una rinfrescata e un po’ di riposo li meritiamo dopo un giorno intero di viaggio. Il Backpaker Hostel è una villetta nel centro di Tirana a due passi dall’ ambasciata iraniana. L’ avevamo trovato da casa su internet e il suo sito già ci aveva conquistato. Anche nella realtà non era male. Anzi! Forse il più bel e fantasioso ostello che avessi mai visto. Per entrare si tirava una cordicella collegata a una serie di campanellini, situati sia nel giardino che all’ interno dell’ abitazione; un sistema antidiluviano che nell’ atmosfera del luogo però funzionava. Qualcuno, senz’ altro avrebbe aperto. Magari un’ altro ospite che poteva essere americano, finlandese, olandese o tedesco. Ci colpiscono subito due cartelli nei bagni che più o meno recitavano così: -make sure you push back the toilet flusher! otherwise we loose all the water in the tank = no water in the hostel for one day- e -please be very careful with the water! there is a big energy and water crisis in Albania at this moment! Ne prendiamo atto e capiamo anche il motivo della presenza di tanti bottiglioni da cinque litri sistemati nel giardino. Fatto sta, quella sarebbe stata la nostra dimora nel nostro “gironzolare in quel di Tirana, Alfred, invece, il nostro amico “guida”.

 

Già alla prima occhiata dopo i primi passi ci si accorge di essere arrivati in un paese “piccolo”. La sede della televisione, ambasciate varie, la piramide di Enver il tutto a pochi metri. Ministero di qua ministero di là ognuno con le proprie assonnate guardie di sicurezza dalle divise un po’ sciupate. Il centro è piccolino e il nuovo maquillage voluto dal sindaco Rama ha reso la città sicuramente più tipica e piacevole. Tirana mostra da subito il suo carattere da città tranquilla perturbata solo dal traffico e dallo stile di guida dei suoi abitanti. Il sonnolento vialone che da piazza Scanderbeg porta al palazzo dei congressi sembra congelato dai tempi di Hoxha. Di Tirana colpiscono i colori, le brulle montagne che la circondano e lo smog da automobile perenne che ti affanna il respiro. Pare che lo sport preferito nelle serate tiranesi sia quello di circumnavigare continuamente in macchina attorno a Blloku, il quartiere mondano. Vetture luccicanti e dalla cilindrata importante. A volte può capitare di vederne una passare anche dieci volte se si è seduti in qualche locale a gustarsi una birra. Trenta sorsi, tre passaggi almeno, è garantito! Il quartiere, un tempo sede indisturbata del politburo albanese con le proprie ville ben sorvegliate e le vie alberate, oggi è decisamente frequentato, anche se sembra, ridursi a un teatrino di costose vetture a caccia delle ragazze più seducenti. I locali in sé non son per nulla differenti da quelli che si potrebbero trovare a Milano o a Lione. I prezzi di una media anche.

 

Gli autobus che scorrazzano per Tirana sono gli stessi che qualche anno fa giravano nelle nostre città, alcuni di loro, addirittura, hanno ancora le targhe italiane Fi….Pd32…e via discorrendo. Anche per le moto della polizia la faccenda non cambia. Moto Guzzi d’ annata. Tutto come in famiglia, dove il fratello maggiore lascia i vestiti nei quali non entra più al più piccolo. Le sigarette vengono vendute per la strada dai ragazzini; di vere e proprie tabaccherie non ne ho viste molte. Di ogni marca ci sono pacchetti con o senza il bollo statale, il paradosso è che quelli senza (quindi di contrabbando) sono più cari. Ci spiegano che son sigarette straniere con un tabacco più buono. Non saprei giudicare fumo solo tabacco ma la cosa mi lascia comunque perplesso. Piazza Scanderbeg sembra un’ emporio di telefonia mobile a cielo aperto. Ogni “negoziante” ha la sua merce che va dal cellulare fino alle schede telefoniche. Qualche vecchietta vende bevande gelate che tira fuori da un contenitore da campeggio. Il piazzale di fronte al Museo Nazionale è stato “adibito” a luna park da ragazzi che affittano macchinine elettriche per bambini. Da piccolo sognavo di averne una e di girovagarci sopra davanti a casa. Per i più attempati, invece, l’ offerta è un bel trattorino a benzina, quelli di Baywatch per intenderci, col quale sbizzarrirsi a sgommare e a fare evoluzioni su due ruote. Qui è molto diverso da casa. A volte sembra di fare salti mortali attraverso il tempo, il nuovo, il vecchio, il differente tutto si fonde. Facce, modi di vita, sopravvivenze quotidiane che sanno di anni cinquanta con Hummer e Suv tanto attuali quanto disgustosi. E’ complesso.

A Tirana e all’ Albania più in generale, però ci si abitua presto.

 

piazza_scanderbegLa proverbiale ospitalità tanto decantata dai miei amici Albanesi quì in Italia, non è tale solo a parole. L’ ospitalità la si percepisce ovunque in ogni luogo e in ogni situazione. E’ come se le persone ti volessero dare il loro “benvenuto” con la spontaneità e l’ orgoglio di chi è abituato a offrirla. Ci si sente accolti. Ecco accolti, questa è la parola giusta. Certo, siamo turisti ma non è solo questo. Il paradosso è che e veniamo da un paese sempre più intollerante, dove il razzismo diventa di giorno in giorno sempre più tollerato e foraggiato. L’ escalation è continua e pare inarrestabile; la cronaca ne è piena e anche nella comunicazione quotidiana le cose non sembrano andare molto meglio; il tutto grazie all’ alimentazione di un sistema mediatico che propaganda soltanto paure ed effervescenti sogni patinati . Nei nostri media sono i romeni ora, da due, tre anni al massimo, ad aver sostituito gli albanesi nell’ immaginario collettivo dello spacciatorestupratorerapinatore di ville nel Nord Est; ma nella testa del cittadino medio è ancora quel rumore di fondo a circolare. La televisione per fortuna ci è lontana. L’ accoglienza la si sente e anche chi di noi era più spaventato all’ idea di visitare un paese dalla così pessima pubblicità, ben presto si ritrova spiazzato e ricreduto. Il timore che lascia spazio allo stupore; questo più o meno è stato l’ effetto.
I timori reali che Tirana ti offre visitandola, sono due principalmente.

 

Il primo è attraversare la strada! Un operazione semplice, ma complicata dalla guida folle dei suoi abitanti. Il secondo è rappresentato dai crateri che ogni tanto si incontrano sui marciapiedi. Vere e proprie voragini che, complice la scarsa illuminazione, sono sempre in agguato al calar del sole. Finire dentro a una di queste buche può costar caro, una gamba tranquillamente.

Un altra cosa che colpisce, e anche le condizioni dei marciapiedi (fossero le uniche) lo suggeriscono, è la totale assenza dello stato. In realtà il potere è presente e ben mostrato; ministeri, banche, palazzi dai cancelli chiusi; ma lo si percepisce distante, assente dalla quotidianità; è estraneo, altrove forse. La vita quotidiana pare galleggiare tra un tram tram di piccoli esercizi arrangiati e la brillante sede di qualche marchio mondiale (la Conad non la inserirei proprio tra questi!). Quello che non manca di certo, sono i centri scommesse, è impossibile camminare per più di trecento metri e non incrociarne almeno uno; d’ altronde anche da noi sorgono come funghi. Centrerà forse il generale impoverimento degli italiani avvenuto negli ultimi anni? Per le vie di Tirana cartelloni pubblicitari annunciano con grande originalità che: “Eshte momenti yt. Eshte Vodafone” ( E’ il suo momento. E’ Vodafone). Da noi è “Life is now” e non oso immaginare quello tedesco!

 

La realtà è che penso al mio paese. A come anche da noi le cose cambino rapidamente. L’ Albania diventa sempre più simile all’ Italia e L’ Italia si “albanizza” coi suoi problemi crescenti; entrambe in un continuo inseguirsi da direzioni opposte. E’ come se, visitando l’ Albania, si potesse usufruire di uno sguardo privilegiato sul futuro dell’ Italia e dell’ Occidente più in generale. Molte, tra le persone che incontriamo, si dimostrano disincantate; qualcuno ha già smesso di sognarci da tempo e parlando, il minimo comune denominatore che si ritrova è scetticismo. Normale, per una popolazione che ha vissuto forti momenti di crisi in seguito al crollo delle piramidi finanziarie nel 1997 e che undici anni dopo non sembra vedere molti elementi di novità nel proprio scenario politico. Certo il paese “cresce”, (se lo sviluppo lo si calcola semplicemente col Pil) muta velocemente con la fioritura a macchia di leopardo di qualche nuova azienda, ma un vero e proprio riscatto per la popolazione non lo si è ancora visto. In un certo senso siamo legati in questo malessere; noi assuefatti e raggirati da un’ elettrodomestico, gli albanesi esausti e rassegnati, rifugiati nell’ anti-politica. Forse, lentamente ma inesorabilmente stiamo diventando tutti un po’ più sudditi e meno cittadini. Sicuramente, viviamo un’ epoca nella quale, la distanza che ci separa dalle decisioni che vengono prese sulle nostre teste è sempre maggiore. Il nostro è un mondo in declino. Inutile negarselo, anche chi tra noi fosse un’ inguaribile ottimista o il più accanito fautore dell’ Occidente, ponendo gli occhi verso il futuro non otterrebbe una vista tanto rosea. Poco male, ogni cosa ha la sua storia e ogni storia ha la sua fine. Purtroppo, così come non scegliamo i luoghi nei quali venire al mondo, non possiamo decidere neanche i tempi che vivremo. A volte allora,, è bene volgere il proprio sguardo indietro. Vuno, un paesino greco dell’ Albania meridionale, ci offrirà questa possibilità.

 


Si era deciso di trascorrere un po’ di tempo anche al mare e dopo quattro giorni spesi a Tirana, decidiamo di spostarci. La meta, ovviamente, non era stata scelta; si voleva raggiungere un bel mare chiamato Ionio, quindi partire per un punto non ancora ben specificato nei dintorni di Saranda.

L’ aiuto ci arriva da Robo, uno dei cinque gestori, ideatori (non saprei proprio come definirli) dell’ ostello. Ci consiglia lui Vuno e la sua descrizione ci convince subito. No, ad essere onesti era Robo che ci aveva convinti subito e un consiglio dato da una persona che si stima, per quanto poco la si conosca, non lo si getta via. La sera prima di partire l’ avevamo sfruttato come guida turistica interrogandolo su orari, “stazioni” e pullman da prendere poi, dopo qualche birra la conversazione era spaziata molto oltre. A un certo punto ci domanda se avessimo mai mangiato tartarughe e che quella domanda la faceva a ogni italiano che gli capitava di incontrare. Breshkaxhij, così scopriamo, siamo chiamati noi italiani in maniera beffarda dagli albanesi,“mangiatori di tartarughe”. Così come per noi i francesi possono essere definiti “mangiarane” o i tedeschi “crucchi”. A volte è bello poter leggere su se stessi lo sguardo “altrui”; senza conseguenze, a posteriori, poter trovare in una parola, traccia innocente del pregiudizio di un contatto. La storiella è abbastanza recente, risale alla seconda guerra mondiale e alle truppe italiane di stanza in Albania. Dopo l’ 8 settembre le forze armate italiane erano state lasciate senza precisi ordini, allo sbando in poche parole. Tra i sodati ci fu chi tornò a casa, chi si unì alle forze partigiane e chi errò per il paese e alle prese con la fame si cibò anche di tartarughe. Da qui il “soprannome” breshkaxhij.

 

Il pullman partiva presto la mattina, bisognava arrivare fino a Valona per poi cambiare e prenderne un’ altro diretto a Saranda. Noi ci saremmo fermati un’ po’ prima, subito dopo Dhermiu. Partiamo. I viaggi in pullman avrebbero caratterizzato tutta la nostra vacanza, in Albania però faremo i più elettrizzanti. La superstrada che da Tirana porta a Valona è un’ ottima strada (seguendo canoni albanesi) a due corsie e asfaltata bene. Alcuni tratti sono ancora in costruzione, vediamo spesso operai al lavoro. Il mare è lontano, attraversiamo una pianura dove nulla può soddisfare l’ occhio più fino così ci soffermiamo sui bunker. Funghi di cemento ricoperti dalla vegetazione disseminati dappertutto. Folle eredità del regime di Hoxha che ne ha cosparso il paese con più di 750.000 esemplari. Ad un certo punto il nostro mezzo si ferma. Pausa caffè, graditissima. Si attraversa la superstrada per un baretto nel bel mezzo della campagna albanese. Il tutto è fenomenale. A Valona il pullman per Saranda è pieno. Niente paura si prende un furgon, ci carica fa un giretto per la città in cerca di altri passeggeri poi rotta per il passo Llogaraja.

 

Già pochi metri fuori Valona il mare è piacevole ma affollatissimo. Poi da una brulla valle macchiata dalla vegetazione mediterranea svettano le montagne del passo. Magnifico, ma è ancora nulla. Robo ci aveva avvertito che la strada per Vuno sarebbe stata stupefacente, ci aveva anche suggerito di assaggiare l’ agnello appena valicato il passo. Avere il tempo di mangiare è la mia unica preoccupazione mentre la strada decolla e la brulla valle rimane alle nostre spalle. La vista è mozzafiato la strada sale il nostro furgon no, si arrampica più che altro. La marcia è la prima il motore fuma, pare sia a corto d’ acqua. Sul ciglio della via bambini vendono piantine. E’ il tè della montagna, ci spiega un’ altro passeggero vecchietto, dalle prodigiose qualità terapeutiche. Visto la penetrante natura che ci circonda non stento a crederlo. Nonostante il nostro mezzo riusciamo a raggiungere la cima. I nostri conducenti fanno abbeverare il povero motore, noi ci sediamo per mangiare. Agnello e yogurt di capra. Robo aveva ragione, e continuerà ad averla! La discesa da Llogaraja è estasiante. La montagna affonda nell’ azzurro del mar Ionio, si rimane sospesi, ogni tornante è un sospiro inebriante. La strada si inerpica nel monte quasi come fosse appesa; il solito vecchietto ci spiega che è stata fatta costruire da Mussolini negli anni trenta e da allora non deve esser cambiata molto. Attraversiamo villaggetti dalle case bianche anch’ essi appesi alla montagna, in lontananza in mezzo al mare comincia ad apparire Corfù. Poi Vuno la nostra destinazione. Scendiamo, con gli zaini che trascinano noi e non il contrario e ci riposiamo con un caffè. Il bar del paese sembra popolato, gli asini dall’ altro lato della strada si riposano all’ ombra. Un signore seduto al tavolino ci sente parlare e ci domanda: – Di che città siete?- – Modena – – Ah ho lavorato per 15 anni a Castelfranco!- E’ vero che a volte il mondo è piccolo. Sulla strada un’ auto di giovani sfreccia sventolando una bandiera albanese. Marcano il territorio questo è un paesino dove si parla anche il greco. Un tempo fu Epiro oggi è Albania. Balcani! Ti rapiscono ma non li si capirà mai abbastanza. Mi viene in mente Churchill – I Balcani producono più storia di quanta ne possono digerire – Mi è antipatico ma aveva ragione. Scendiamo un sentierino per arrivare alla “Shkolla” il nostro ostello, un po’ più giù del paesino. Passiamo davanti al cimitero, le tombe hanno nomi sia greci che albanesi. In questa parte dell’ Europa anche i morti giocano ancora uno spezzone di partita. In Bosnia, tutto ciò sarà ancor più chiaro! Arriviamo. Siamo immersi negli ulivi, le cicale gracchiano, il mare lo si vede all’ orizzonte ma non è lontano.

 

p1000272Il nostro ostello è la scuola elementare del paese che il ragazzo del Backpaker, mette a disposizione per i “turisti” nei mesi estivi. Nel mentre la ristruttura, ripara i bagni, porta l’ acqua e la corrente, riassesta il selciato. La mia mente ringrazia Robo per l’ ennesima volta. Siamo in paradiso. Vogliamo correre al mare. Il ragazzo si offre di accompagnarci in macchina. Non ci stiamo tutti. A chi non sale, consegna le chiavi dell’ altra auto. Lo sterrato passa in mezzo agli ulivi, dove il sole delle cinque filtra perfettamente, presto sarà a strapiombo sul mare. La guida si dimostrerà difficoltosa ma la bellezza toglierà ogni asperità. La spiaggia si chiama Jal, è frequentata ma non quanto Himara o Dhermi. Ci tuffiamo e proviamo a riprendere i sensi dopo una tale inebriata di vita e splendore. Non ci riusciremo fino al nostro ritorno a Tirana. La sera cala e per tornare alla Shkolla facciamo l’ autostop. Ci carica quasi subito un’ ispettore locale munito di fuoristrada con tanto di luci lampeggianti e famigliari appresso. Le serate passano veloci e leggere in luoghi del genere e poi siamo Rakia-muniti. La madre di Alfred ce ne aveva regalato un bottiglione dopo uno splendido pranzo a Tirana.

 

A Vuno è come se fossi a fianco di Bisio e Abatantuono nel film Mediterraneo. Se non ricordo male, la pellicola iniziava con una frase così: «In tempi come questi, la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare» mi ci ritrovo. E’ ambientato in un’ isola greca ma non cambia molto la situazione, sempre di Mediterraneo si tratta. Come si dice; una faccia una razza! Anche qua, c’ è una chiesetta diroccata, il ragazzo del Backpaker (ho promesso di non citare il suo nome) tentava in qualche maniera di ristrutturarla. Ci mostriamo interessati al suo lavoro e lui è ben felice di mostrarcela. Ce la apre. Il soffitto è annerito e diroccato. Era bruciata qualche anno prima. Gli affreschi sulle pareti conservano ancora parte della loro bellezza. Come tutte le chiese ortodosse è un’ esplosione di icone, figure e sguardi. I quadri e i candelabri, invece, sono appoggiati a terra in attesa di una collocazione più consona. E’ come se avessi violato qualcosa, con la felicità di chi ha trovato un posto fuori dall’ ordinario, genuino, autentico, lontano dalle rotte prestabilite e dai non-luoghi. Qualcuno sta tentando di riportarlo in vita e ristrutturarne la scuola è sicuramente un’ ottimo punto di partenza. Vuno merita questo, una sorta di piccola rivincita del locale sul globale, in un mondo sempre più tendente all’ uniformità e alla standardizzazione. Anche questa è una fuga, una resistenza; ne subiamo il fascino. Il fascino di operare per uno scopo alto, quello di migliorare il mondo che ci sta intorno. Non è una bazzecola, alcuni di noi, me compreso, rimangono profondamente tentati dal desiderio di fermarsi lì, in quel paesino sperduto non rintracciabile dalle carte geografiche. Ci sentiamo appagati, non ci manca nulla; la terra, quella terra coi suoi tramonti il suo mare e i suoi ulivi ci nutre e ci sazia al tempo stesso. Qualche olandese cederà alle nostre tentazioni, rimarrà ad aiutare e a godersi il luogo, per quanto non c’ è dato saperlo. Almeno non siamo stati i soli ad esserne rapiti. A Vuno ci raggiunge anche Olti che ci farà compagnia per un paio di giorni.

 

In certi posti anche le persone che si incontrano diventano particolari, è il luogo che le trasforma. L’ esserci arrivati è già di per sé un tratto di distinzione. Un ragazzo albanese che pernottava alla Shkolla con la ragazza appena scopre la nostra provenienza ci abbraccia e comincia a raccontarci le origini del suo popolo. Tra un sorso di Rakia e un’ altro ci narra degli Illiri e delle loro tribù. Di Messapi, Pelasghi, e di influenze sulle antiche lingue sicolo e umbro. Sono impronte, tracce che a volte giungono fino a noi, come nel caso degli Arbëreshë o di Piana degli Albanesi in Sicilia, in altre, ed è la stragrande maggioranza dei casi, esse rimangono celate. Dimenticate nei secoli. Oppure c’ è Paul, un ragazzone Australiano che viaggiava da parecchi mesi per l’ Europa e praticava uno strano sport, una specie di incrocio tra calcio e rugby. Anche quando torneremo a Tirana, girovagando per le sue strade, rincontreremo delle facce di Vuno, tedesche questa volta.

 

Torniamo al mare. Sulla spiaggia di Jal qualche infrastruttura è già stata costruita e i ciuchi gironzolano pacifici tra i rifiuti fumanti sul ciglio della strada. Mi torna in mente un “collega” di Robo, a Tirana si discuteva di turismo. Lui voleva i turisti, ma non ne desiderava troppi. Forse temeva che la sua terra fosse massacrata più di quanto non avessero fatto quarant’ anni di Hoxha. Penso al lavoro del ragazzo del Backpaker, alla Shkolla e alla chiesetta di Vuno, e se tutto ciò possa esser vanificato da ingenti capitali che arrivano cementificano e non lasciano cadere che le briciole. E’ una storia già vista, almeno da noi. Mi auguro che il turismo in Albania cresca. Questa è una terra che va scoperta ma non svenduta! Il sole cala come tutti i giorni, da millenni. Lasciare questo posto ci costa molto ma il viaggio in qualche modo deve pur proseguire, di strada da fare ne abbiamo ancora molta, è il tempo che scarseggia. Di certo le docce sotto il cielo stellato, sotto una via lattea che era veramente lattea, non si scordano facilmente.

 

vunoCosì come l’ immagine che conservo con più riguardo è di un tramonto, su una Mercedes scassata, guidata da un ragazzino di pochi anni col fratellino affacciato al tettuccio. Le curve a strapiombo sul mare affrontate come in un rally con le gomme che scivolano sulla ghiaia, e la paura che vien placata dalla serenità della bellezza con la luce arancione del tramonto che penetra nell’ uliveto appena prima di scendere.
Tornavamo da Jal e avevamo chiesto un passaggio.

 

Dopo un’ altro giorno a Tirana, ripartiremo per Scutari poi Ulqin per raggiungere il Montenegro.
Dopodiché sarà Bosnia-Erzegovina.
Nulla però ci ricompenserà quanto l’ Albania.

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